LO SCENARIO DELL'EVOLUZIONE UMANA

Specie viventi nella stessa epoca dei loro antenati

Un ago di 26000 anni fa

Un fossile interessante che dimostra come gli uomini di Neanderthal utilizzassero vestiti: un ago di 26000 anni fa. (D. Johanson, B. Edgar, From Lucy to Language, p. 99)

Ciò che abbiamo finora investigato ci permette di constatare la finzione assoluta dello scenario dell'evoluzione umana. Affinché un simile albero genealogico possa essere veritiero, dovrebbe essere avvenuta una graduale evoluzione dalla scimmia all'uomo e questo processo dovrebbe essere testimoniato dai reperti fossili. Vi è tuttavia uno iato enorme tra le scimmie e gli umani. La struttura scheletrica, la capacità cranica e altri fattori quali la camminata eretti distinguono nettamente le due specie (abbiamo già menzionato come, in base a una ricerca risalente al 1994, sull'orecchio interno, l'Australopithecus e l'Homo abilis sono stati riclassificati come scimmie, mentre l'Homo erectus è stato riclassificato come umano pienamente moderno).

Un'altra scoperta significativa che prova come non vi possa essere stato un rapporto genealogico tra queste specie differenti è il fatto che queste ultime, le quali vengono descritte come progenitrici le une delle altre, in realtà vissero contemporaneamente. Se, come sostengono gli evoluzionisti, l'Australopithecus si convertì nell'Homo habilis, e se questo, a sua volta, si evolvette nell'Homo erectus, allora i periodi in cui vissero dovrebbero necessariamente susseguirsi reciprocamente. Non c'è tuttavia un tale ordine cronologico nella documentazione fossile.

Sulla base delle stime degli evoluzionisti, l'Australopithecus comparve quattro milioni di anni orsono e scomparve un milione di anni fa. Le creature classificate come Homo habilis, d'altra parte, si ritiene che siano vissute fino a 1,7-1,9 milioni di anni fa. L'Homo rudolfensis, che si afferma sia stato più "avanzato" rispetto all'Homo habilis, risalirebbe a 2,5-2,8 milioni di anni addietro! Ciò significa che l'Homo rudolfensis è di circa un milione di anni più vecchio dell'Homo habilis, del quale si dice sia l'antenato. Per l'altro verso, l'età dell'Homo erectus risale a 1,6-1,8 milioni di anni fa, che indica come l'Homo erectus apparve sulla Terra nello stesso lasso di tempo dei loro cosiddetti antenati, ovvero, l'Homo habilis.

Alan Walker, a conferma di questo fatto, ha affermato che "esistono prove dall'Africa orientale della tarda sopravvivenza di individui minuti di Australopithecus, i quali furono contemporanei dapprima dell'H. habilis, poi dell'H. erectus." 88 Louis Leakey ha rinvenuto fossili di Australopithecus, Homo habilis e Homo erectus contigui nella regione della Gola di Olduvai in Tanzania.89

Chiaramente un tale albero genealogico non esiste. Stephen Jay Gould, che fu paleontologo a Harvard, ha spiegato il vicolo cieco in cui si trova l'evoluzione nonostante fosse egli stesso un evoluzionista:

Che ne è della nostra scala se vi sono tre razze di uomini coesistenti (A. africanus, le robuste Austrlopithecinae e l'H. habilis), nessuna delle quali deriva dall'altra? Per di più, nessuna delle tre mostra alcun orientamento evolutivo durante la sua permanenza sulla Terra.90

Movendo dall'Homo erectus all'Homo sapiens, constatiamo ancora che non esiste alcun albero genealogico di cui parlare. È provato che l'Homo erectus e l'Homo sapiens arcaico continuarono a vivere 27.000 anni fa, e anzi addirittura 10.000 anni prima del nostro tempo. Nella palude di Kow in Australia, è stato rinvenuto il cranio di un Homo erectus risalente a 13.000 anni fa, mentre nell'Isola di Giava sono stati scoperti i resti di Homo erectus la cui datazione è attribuibile a 27.000 anni orsono.91

La storia segreta dell'Homo Sapiens

Uno dei più popolari periodici di letteratura evoluzionista, Discover, mise in copertina questo volto umano di 800 mila anni fa, con la domanda evoluzionista: “È questo il volto del nostro passato?”.
Il fatto più interessante e significativo che invalida le basi reali dell'immaginario albero genealogico della teoria evoluzionista è l'impensata antichità della storia dell'uomo moderno. I dati della paleoantropologia rivelano che la gente Homo Sapiens, che assomigliava del tutto a noi, visse un milione di anni fa.

Fu Louis Leakey, il famoso paleoantropologo evoluzionista, a scoprire le prime tracce di questa realtà. Nel 1932, nella regione di Kanjera, nei pressi del Lago Vittoria in Kenya, Leakey scoprì parecchi fossili appartenenti al Medio Pleistocene, i quali non presentavano alcuna differenza rispetto all'uomo moderno. L'epoca del Medio Pleistocene corrisponde a un milione di anni fa.92 Poiché queste scoperte rovesciavano l'albero genealogico evoluzionista, vennero respinte da alcuni paleoantropologi evoluzionisti. Leakey, tuttavia, avallò sempre l'esattezza delle sue stime.

Proprio quando questa controversia stava per essere dimenticata, un fossile rinvenuto in Spagna nel 1995 rivelò in modo sorprendente che la storia dell'Homo sapiens era molto più antica di quanto si fosse presunto. Tale fossile venne scoperto nella grotta detta Gran Dolina nella regione di Atapuerca in Spagna da tre paleoantropologi iberici dell'Università di Madrid. Il fossile rivelò la faccia di un bambino undicenne del tutto simile agli uomini moderni. Erano nondimeno trascorsi 800000 anni dalla sua morte. La rivista Discover diede grande risalto all'evento, dedicandovi la copertina nel numero di dicembre 1997.

Il fossile scosse le convinzioni di Juan Luis Arsuaga Ferreras, a capo degli scavi di Gran Dolina, il quale dichiarò:

Ci aspettavamo qualcosa di grande, qualcosa di largo, qualcosa di gonfiato... qualcosa di "primitivo". Ciò che ci attendevamo da un bambino di 800.000 anni era qualcosa di simile al ragazzo di Turkana. Mentre ciò che trovammo fu una faccia del tutto moderna... Per me questa era la cosa più spettacolare... Questo è quel tipo di cosa che ti scuotono. Trovare qualcosa di assolutamente inaspettato come quella. Nella ricerca dei fossili, il rinvenirne è ugualmente inaspettato, ed è un bene. Ma la cosa più spettacolare è trovare ciò che tu riterresti appartenente al presente, nel passato. È come trovare qualcosa come... come rinvenire un audioregistratore a Gran Dolina. Ciò sarebbe sorprendente. Non ci aspettiamo cassette e registratori nel Basso Pleistocene. Trovarvi una faccia moderna di 800.000 anni fa è la stessa cosa. Noi fummo molto sorpresi quando la vedemmo.93

Il fossile mette in evidenza il fatto che la storia dell'Homo sapiens deve essere retrodatata di ben 800 mila anni. Dopo essersi ripresi dallo shock iniziale, gli evoluzionisti che rinvennero il fossile decisero che doveva essere attribuito a una specie differente, in quanto, sulla base del noto albero genealogico evoluzionista, nessun Homo Sapiens sarebbe vissuto 800 mila anni fa. Essi crearono, di conseguenza, una specie immaginaria chiamata "Homo antecessor", sotto la cui classificazione inclusero il cranio di Atapuerca.

Una capanna di 1,7 milioni di anni fa

La scoperta di una capanna risalente a 1,7 milioni di anni fa sconvolse la comunità scientifica. Era simile alle capanne utilizzate oggi da alcuni popoli africani.

Molte scoperte hanno dimostrato che la datazione dell'Homo sapiens deve essere fatta risalire a un periodo anteriore agli 800 mila anni. Una di esse è quella effettuata da Louis Leakey agli inizi degli anni Settanta nella Gola di Olduvai. Qui, nello strato II, Leakey scoprì che le specie Australopithecus, Homo habilis e Homo erectus erano coesistite nello stesso periodo. Ciò che fu addirittura più interessante fu una struttura rinvenuta nello stesso strato (II), nella quale Leakey trovò i resti di una casupola di pietra. L'aspetto inusuale dell'evento fu che questa costruzione, ancora in uso in molte parti dell'Africa, avrebbe potuto essere costruita soltanto dall'Homo sapiens! Così, in conformità ai rinvenimenti di Leakey, l'Australopithecus, l'Homo habilis, l'Homo erectus e l'uomo moderno devono essere coesistiti approssimativamente 1,7 milioni di anni fa.94 Tale scoperta inficia definitivamente la teoria evoluzionista laddove pretende che l'uomo moderno sia evoluto da una specie simile alla scimmia quale l'Australopithecus.

Le impronte di un uomo moderno di 3,6 milioni di anni fa!

Altre scoperte fanno risalire le origini dell'uomo moderno a un periodo anteriore a 1,7 milioni di anni fa. Tra le più importanti spiccano le impronte di piedi rinvenute a Laetoli, in Tanzania, da Mary Leakey nel 1977. Queste furono rinvenute in uno strato che si calcola risalga a 3,6 milioni di anni fa, ma, cosa più importante, non sono diverse da quelle che lascerebbe un uomo contemporaneo.

Tali impronte di piedi furono in seguito esaminate da numerosi paleoantropologi, tra cui Donald Johanson e Tim White. I risultati furono identici. White ha scritto:

Non vi è alcuna possibilità di errore... Sono simili alle impronte di piedi degli uomini moderni. Se qualcuno le lasciasse oggi sulla sabbia di una spiaggia californiana e si chiedesse poi a un bambino di quattro anni che cosa fossero, egli risponderebbe subito che qualcuno aveva camminato lì. Non sarebbe in grado di distinguerle tra cento altre, e neppure noi.95

Dopo aver esaminato le impronte, Louis Robbins dell'Università della North Carolina ha commentato:

L'arco è elevato -l'individuo più piccolo presenta un arco più alto del mio- e l'alluce è largo e allineato al secondo dito... Le dita stringono il terreno come quelle umane. Ciò non è visibile in altre forme animali.96

Le impronte di Laetoli appartenevano a esseri umani moderni, sebbene risalgano a milioni di anni fa.

Gli esami condotti sulla morfologia delle impronte dei piedi mostrarono di nuovo che queste dovevano essere accettate come umane e, in particolare, appartenenti a un uomo moderno (Homo sapiens). Russell Tuttle, che ha esaminato le impronte anche lui, ha scritto:

Potrebbe averle fatte un piccolo Homo sapiens a piedi scalzi... Per tutte le caratteristiche morfologiche discernibili, i piedi degli individui che lasciarono le impronte sono indistinguibili da quelle di umani moderni.97

Analisi imparziali delle impronte rivelarono la loro reale appartenenza. Esse constavano di 20 impronte fossilizzate attribuite a un umano moderno di dieci anni di età e di altre 27 appartenenti ad uno di età inferiore. Essi erano sicuramente simili a noi.

Una mandibola umana di 2,3 milioni di anni fa
Un altro esempio che dimostra la mancanza di validità dell'immaginario albero genealogico descritto dagli evoluzionisti: una mandibola umana (Homo sapiens) di 2,3 milioni di anni. Questa mandibola, con codice A.L. 666-1, fu dissotterrata ad Hadar, in Etiopia.

Le pubblicazioni evoluzioniste hanno cercato di dissimularla definendola “una scoperta veramente sorprendente…”
(D. Johanson, Blake Edgar, From Lucy to Language, p. 169)
Le impronte di Laetoli furono al centro della discussione per anni. I paleoantropologi evoluzionisti tentarono disperatamente di trovare delle spiegazioni, tanto era duro per essi accettare il fatto che un uomo moderno avesse camminato sulla Terra 3,6 milioni di anni fa. Negli anni Novanta, la seguente "spiegazione" iniziò a prendere corpo. Gli evoluzionisti decisero che queste impronte sarebbero state lasciate da un Australopithecus, in quanto, basandosi sulla loro teoria, era impossibile che una specie Homo fosse vissuta 3,6 milioni di anni fa. Ma Russell H. Tuttle scrisse in un articolo del 1990:

Insomma, le caratteristiche dell'impronta di 3,5 milioni di anni rinvenuta al sito G di Laetoli è simile a quelle abitualmente lasciate da uomini moderni senza scarpe. Nessun elemento suggerisce che gli ominidi di Laetoli fossero bipedi meno capaci di noi. Se non si sapesse che le impronte G sono così vecchie, si potrebbe facilmente concludere che siano state lasciate da un membro del nostro genere Homo... In ogni caso, dovremmo accantonare la confusa ipotesi che tali impronte appartengano a un tipo Lucy, un Australopithecus afarensis.98

Per riassumere, queste impronte, che si suppone risalgano a 3,6 milioni di anni orsono, non sarebbero potute appartenere ad un Australopithecus. L'unica ragione per cui venne avanzata tale ipotesi fu l'età dello strato geologico (3,6 milioni di anni) in cui furono rinvenute le impronte, che si attribuirono ai membri dell'Australopithecus unicamente per la presunzione che gli umani non avrebbero potuto vivere in un'età così remota.

Queste interpretazioni delle impronte di Laetoli dimostrano un fatto molto importante. Gli evoluzionisti non sostengono la loro teoria fondandosi su scoperte scientifiche, ma indipendentemente da esse. Abbiamo una teoria difesa ciecamente con qualunque mezzo, mentre tutte le nuove scoperte che ne mettono in dubbio i presupposti sono state ignorate o distorte al fine di preservarla.

In breve, la teoria dell'evoluzione è un dogma mantenuto in vita a dispetto della scienza.

La locomozione bipede: il vicolo cieco dell'evoluzione

Ricerche recenti hanno rivelato che è impossibile che lo scheletro curvo di una scimmia, adatto a un'andatura quadrupede, abbia potuto evolversi in uno scheletro umano eretto, adatto all’andatura bipede.

Oltre ai fossili di cui ci siamo occupati, anche le insormontabili differenze anatomiche tra uomini e scimmie confutano la finzione dell'evoluzione umana; tra queste vi è il modo di camminare.

Gli esseri umani camminano eretti sui due piedi. Questo un tipo di locomozione è molto speciale in quanto non è presente in nessun'altra specie di mammifero. Alcuni animali hanno una limitata capacità di muoversi poggiando sulle zampe posteriori. L'orso e la scimmia, ad esempio, possono procedere in tal modo solo in rare occasioni e solo per breve tempo, quando vogliono raggiungere una fonte di cibo. Normalmente il loro scheletro è inclinato in avanti e in posizione quadrupede.

La locomozione bipede si sarebbe, allora, evoluta dall'andatura quadrupede delle scimmie come affermano gli evoluzionisti?

Sicuramente no. Le ricerche hanno dimostrato che l'evoluzione verso la locomozione bipede non è mai avvenuta, né ciò sarebbe possibile, principalmente in quanto questo carattere non rappresenta un vantaggio evolutivo. Il modo in cui si muovono i primati è molto più facile, veloce ed efficiente di quello degli uomini. Un uomo non potrebbe mai saltare da un ramo all'altro senza scendere a terra come uno scimpanzé, né correre alla velocità di 125 km orari come un ghepardo. Al contrario, l'andatura bipede dell'uomo è molto più lenta sul terreno. Per la stessa ragione, è la specie più indifesa in natura in termini di movimento e protezione. Secondo la logica della teoria dell'evoluzione, le scimmie non avrebbero dovuto evolversi verso la locomozione bipede: gli umani, piuttosto, sarebbero dovuti diventare quadrupedi.

Un'altra impasse dell'evoluzionismo è che la locomozione bipede non è funzionale al modello dello "sviluppo graduale" del darwinismo, il quale richiede un passo "scalare" tra l'una e l'altra postura. Nondimeno, grazie ad alcune ricerche condotte al computer nel 1996, il paleoantropologo inglese Robin Crompton ha dimostrato che tale passo scalare non sarebbe stato possibile. Lo studioso è pervenuto alla conclusione che un essere vivente può camminare eretto o a quattro zampe.99 Un tipo di passo intermedio tra i due è impossibile a causa dell'estremo consumo di energia che comporterebbe. Questa è la ragione per cui è impossibile che sia esistito un mezzo bipede.

L'immensa distanza tra l'uomo e la scimmia non si limita solo alla locomozione bipede. Molti altri problemi restano insoluti, quali le capacità cerebrali e verbali. A questo riguardo, la paleoantropologa evoluzionista Elaine Morgan confessa:

Quattro dei misteri più insolubili dell'uomo sono: 1) Perché cammina su due gambe? 2) Perché ha perso la pelliccia? 3) Perché ha sviluppato un cervello così grande? 4) Perché ha imparato a parlare?

Le risposte ortodosse a queste domande sono: 1) 'Non lo sappiamo ancora'; 2) 'Non lo sappiamo ancora'; 3) 'Non lo sappiamo ancora'; 4) 'Non lo sappiamo ancora'. La lista delle domande potrebbe essere considerevolmente estesa senza intaccare la monotonia delle risposte. 100

Evoluzione: una fede antiscientifica

Solly Zuckerman è uno tra i più famosi e stimati scienziati britannici. Per anni si è dedicato allo studio dei fossili e ha condotto molte indagini dettagliate. Venne onorato con il titolo di 'Lord' per i suoi contributi alla scienza. Zuckerman è un evoluzionista, quindi, i suoi commenti all'evoluzione non possono essere ritenuti basati sull'ignoranza o sul pregiudizio. Dopo anni di studi sui fossili inclusi nello scenario dell'evoluzione umana tuttavia, ha raggiunto la conclusione che, in realtà, non esiste tale albero genealogico.

Zuckerman ha anche preparato uno "spettro della scienza" al fine di sceverare quelle dottrine che riteneva scientifiche da quelle che non lo erano. Secondo tale spettro, i rami della scienza più "scientifici" -ovvero dipendenti da dati concreti- sono la chimica e la fisica. Seguono poi le scienze biologiche e infine quelle sociali. All'estremità opposta dello spettro, ovvero nella parte considerata "meno scientifica", si trovano le "percezioni extrasensoriali" -concetti quali la telepatia e il sesto senso- e infine "l'evoluzione umana". Zuckerman giustifica la sua posizione con queste parole:

Il mito dell‘evoluzione umana non si basa su alcuna scoperta scientifica. Tali affermazioni non hanno altro significato che riflettere i desideri del pensiero fantasioso degli evoluzionisti.
Muovendo dal registro della verità oggettiva verso quegli ambiti di presunta scienza biologica, come le percezioni extrasensoriali o l'interpretazione della storia fossile dell'uomo, dove per il fedele tutto diventa possibile -e dove, per l'ardore della sua fede, è talvolta in grado di ritenere vere le cose più contraddittorie allo stesso tempo.101

Robert Locke, editore di Discovering Archaeology, un'importante pubblicazione sulle origini dell'uomo, scrive in tale rivista che "la ricerca di antenati umani emette più calore che luce", citando la confessione del famoso paleoantropologo evoluzionista Tim White:

Siamo tutti frustrati da tutte le domande cui non siamo stati in grado di rispondere.102

L'articolo di Locke analizza il vicolo cieco in cui si trova la teoria dell'evoluzione riguardo le origini dell'uomo e l'infondatezza della propaganda diffusa su questo argomento:

Forse non esiste alcuna area della scienza più percorsa da polemiche della ricerca delle origini umane. L'élite dei paleontologi è in disaccordo anche sulla forma più generica dell'albero genealogico umano. Nuovi rami spuntano tra grandi applausi, poi appassiscono e muoiono appena si scoprono nuovi fossili. 103

Lo stesso fatto è stato riconosciuto recentemente da Henry Gee, editore della nota rivista Nature. Nel suo libro In Search of Deep Time ("Alla ricerca del tempo profondo"), uscito nel 1999, Gee sottolinea come tutte le prove dell'evoluzione umana "tra 10 e 5 milioni di anni fa, diverse migliaia di generazioni di creature viventi, si potrebbero mettere tutte in una piccola scatola". Conclude che le teorie convenzionali dell'origine e dello sviluppo degli esseri umani sono "un'invenzione puramente umana, creata dopo i fatti, modellata per conformarsi ai pregiudizi umani", e aggiunge:

Prendere una linea di fossili e sostenere che rappresentano un albero genealogico non è un'ipotesi scientifica suscettibile di prova, ma un'affermazione che ha la stessa validità delle storie che si raccontano ai bambini prima di andare a letto: divertenti, forse anche istruttive, ma non scientifiche.104

Cosa allora fa sì che tanti scienziati si attacchino in maniera così tenace a questo dogma? Perché cercano con tanti sforzi di mantenere in vita la loro teoria, al costo di dover ammettere innumerevoli conflitti e di dover buttar via le prove che hanno scoperto?

L'unica risposta è che temono ciò che dovranno affrontare, se abbandonano la teoria dell'evoluzione. Il fatto che dovranno affrontare, quando abbandonano l'evoluzione, è che Dio ha creato l'uomo. Ma, se consideriamo i loro presupposti e la filosofia materialista a cui credono, la creazione è un concetto inaccettabile per gli evoluzionisti.

Perciò, ingannano se stessi, e anche il mondo, usando i media con cui collaborano. Se non riescono a trovare i fossili necessari, li "fabbricano", o sotto forma di figure immaginarie o di modelli fittizi, e cercano di dare l'impressione che esistano davvero fossili che dimostrino l'evoluzione. Una parte dei media che condivide il loro punto di vista materialistico cerca anch'essa di ingannare il pubblico e di instillare la storia dell'evoluzione nell'inconscio delle persone.

Per quanti sforzi facciano, resta evidente la verità: l'uomo è arrivato all'esistenza, non tramite un processo evolutivo, ma tramite la creazione di Dio. Quindi, è responsabile verso di Lui.

 

88 Alan Walker, Science, vol 207, 1980, p. 1103.
89 A. J. Kelso, Physical Antropology, 1st ed., New York: J. B. Lipincott Co., 1970, p. 221; M. D. Leakey, Olduvai Gorge, Vol 3, Cambridge: Cambridge University Press, 1971, p. 272.
90 S. J. Gould, Natural History, Vol 85, 1976, p. 30.
91 Time, novembre 1996.
92 L. S. B. Leakey, The Origin of Homo Sapiens, ed. F. Borde, Paris: UNESCO, 1972, p. 25-29; L. S. B. Leakey, By the Evidence, New York: Harcourt Brace Jovanovich, 1974.
93 "Is This The Face of Our Past", Discover, dicembre 1997, pp. 97-100.
94 A. J. Kelso, Physical Anthropology, 1.b., 1970, pp. 221; M. D. Leakey, Olduvai Gorge, Vol 3, Cambridge: Cambridge University Press, 1971, p. 272.
95 Donald C. Johanson & M. A. Edey, Lucy: The Beginnings of Humankind, New York: Simon & Schuster, 1981, p. 250.
96 Science News, Vol 115, 1979, pp. 196-197.
97 Ian Anderson, New Scientist, Vol 98, 1983, p. 373.
98 Russell H. Tuttle, Natural History, marzo 1990, pp. 61-64.
99 Ruth Henke, "Aufrecht aus den Baumen", Focus, Vol 39, 1996, p. 178.
100 Elaine Morgan, The Scars of Evolution, New York: Oxford University Press, 1994, p. 5.
101 Solly Zuckerman, Beyond The Ivory Tower, New York: Toplinger Publications, 1970, p. 19.
102 Robert Locke, "Family Fights", Discovering Archaeology, luglio/augusto 1999, p. 36-39.
103 Ibid.
104 Henry Gee, In Search of Time: Beyond the Fossil Record to a New History of Life, New York, The Free Press, 1999, p. 126-127.